
“Credo di avere un attaccamento ansioso.”
“Il mio partner è evitante.”
“Ansiosi ed evitanti finiscono sempre per rincorrersi.”
Negli ultimi anni il linguaggio dell’attaccamento è entrato sempre di più nel modo in cui raccontiamo le relazioni.
Se riconosci dinamiche di rincorsa e distanza nella tua relazione, un professionista può aiutarti a comprendere come vivi la vicinanza: compila il questionario e troviamo il sessuologo giusto per te, in due click.
Può essere utile: avere delle parole per descrivere la paura di essere lasciati, il bisogno di rassicurazione o la tendenza ad allontanarsi quando una relazione diventa molto intensa può aiutarci a riconoscere alcuni meccanismi.
Il rischio arriva quando queste parole diventano etichette:
“Io sono fatto così.”
“Lui è evitante, quindi non cambierà.”
La teoria dell’attaccamento racconta qualcosa di più interessante: come tendiamo a cercare sicurezza nelle relazioni, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo vulnerabili o temiamo di perdere il legame.
Cos’è l’attaccamento nelle relazioni adulte?
La teoria dell’attaccamento nasce dallo studio dei legami che costruiamo fin dall’infanzia, ma è stata successivamente applicata anche alle relazioni adulte.
Quando una relazione diventa importante, il partner può essere una delle persone a cui cerchiamo di avvicinarci nei momenti di difficoltà e da cui desideriamo ricevere conforto, disponibilità e sicurezza.
Questo non significa però che il nostro modo di vivere le relazioni sia deciso una volta per tutte durante l’infanzia.
Le esperienze precoci possono influenzare ciò che ci aspettiamo dagli altri, ma anche le relazioni successive e gli eventi della vita possono modificare il modo in cui viviamo vicinanza, fiducia e autonomia.
L’attaccamento può quindi essere pensato come un insieme di tendenze relativamente stabili, ma non immutabili.
Ansia ed evitamento: due modi di cercare sicurezza
Online si parla spesso di quattro stili di attaccamento: sicuro, ansioso, evitante e, in alcune classificazioni, timoroso o disorganizzato.
Nella ricerca sull’attaccamento romantico adulto è però molto comune ragionare soprattutto attraverso due dimensioni: ansia ed evitamento.
L’ansia di attaccamento riguarda quanto tendiamo a preoccuparci che l’altra persona possa allontanarsi, non amarci abbastanza o abbandonarci.
L’evitamento riguarda invece quanto possiamo sentirci a disagio rispetto alla dipendenza emotiva, alla vulnerabilità e a una forte vicinanza.
Non sono due caselle dentro cui dobbiamo necessariamente entrare.
Possiamo avere livelli differenti di entrambe e reagire in modo diverso a seconda della situazione e della relazione.
Quando prevale l’ansia
Immaginiamo di mandare al partner un messaggio importante e non ricevere risposta per qualche ora.
Una persona potrebbe semplicemente pensare che sia impegnato.
Un’altra potrebbe iniziare rapidamente a chiedersi:
“È arrabbiato?”
“Ho fatto qualcosa?”
“Si sta allontanando?”
Quando l’ansia di attaccamento è più elevata, i segnali di distanza possono assumere un peso molto grande e può aumentare il bisogno di rassicurazione.
Durante un conflitto può emergere anche l’urgenza di risolvere tutto immediatamente:
“Dimmi che va tutto bene.”
“Perché non vuoi parlarne?”
“Mi ami ancora?”
Desiderare rassicurazione non è di per sé un problema. La difficoltà può emergere quando la sicurezza della relazione dipende quasi continuamente dalle conferme dell’altra persona e ogni distanza viene interpretata come una possibile perdita.
Quando prevale l’evitamento
Altre persone reagiscono alla tensione in modo quasi opposto.
Quando il confronto diventa molto intenso possono sentire soprattutto il bisogno di recuperare spazio e autonomia.
Possono fare fatica a chiedere aiuto, preferire gestire i problemi da sole o sentirsi sotto pressione quando il partner cerca molta vicinanza.
Il pensiero può essere:
“Ho bisogno di spazio.”
“Non riesco a parlarne adesso.”
“Mi sento soffocare.”
Anche avere bisogno di autonomia è normale.
La difficoltà può emergere quando prendere distanza diventa l’unico modo disponibile per gestire vulnerabilità, bisogno o conflitto.
E l’attaccamento sicuro?
Maggiore sicurezza non significa non avere paura, non essere mai gelosi o non aver bisogno dell’altro.
Significa soprattutto riuscire a muoversi con maggiore flessibilità tra vicinanza e autonomia.
Si può chiedere sostegno senza viverlo come una debolezza, tollerare una distanza temporanea senza interpretarla immediatamente come un abbandono e attraversare un conflitto mantenendo l’idea che la relazione possa continuare a esistere anche nel disaccordo.
Quando uno rincorre e l’altro si allontana
Una delle dinamiche più raccontate online è quella della coppia “ansioso-evitante”.
Una persona cerca vicinanza.
L’altra prende distanza.
Più la prima insiste, più la seconda si sente sotto pressione e si allontana.
Più si allontana, più la prima percepisce una minaccia alla relazione e aumenta la richiesta.
Immaginiamo una discussione.
“Dobbiamo parlarne adesso.”
“Non voglio parlarne.”
“Perché continui a scappare?”
“Perché non mi lasci respirare?”
Entrambi, in qualche modo, stanno cercando di ridurre il proprio disagio. Ma la strategia di uno finisce per aumentare quello dell’altro.
Riconoscere questo meccanismo può essere utile.
Molto meno utile è trasformarlo in una legge universale.
Non è vero che persone ansiose ed evitanti siano inevitabilmente attratte le une dalle altre, né che una coppia in cui compare questa dinamica sia destinata a ripeterla per sempre.
“Ansioso-evitante” può descrivere un pattern relazionale.
Non è una diagnosi della coppia.
Gli stili di attaccamento non sono etichette definitive
Dire “sono ansioso” o “sono evitante” può dare l’impressione che esista una caratteristica fissa della personalità.
Nella realtà il nostro senso di sicurezza può cambiare.
Con una persona possiamo sentirci relativamente tranquilli; con un’altra, magari meno disponibile o più imprevedibile, possiamo sperimentare molta più ansia.
Un tradimento, una separazione o un’esperienza relazionale particolarmente significativa possono inoltre modificare temporaneamente il modo in cui viviamo la vicinanza.
Anche nel tempo possono esserci cambiamenti.
Relazioni affidabili, nuove esperienze e percorsi terapeutici possono contribuire a modificare alcune aspettative che abbiamo costruito sui rapporti.
Per questo:
“Sono ansioso”
può essere meno utile di:
“Quando percepisco distanza, tendo a preoccuparmi molto e a cercare rassicurazioni.”
E:
“Sono evitante”
può diventare:
“Quando mi sento molto sotto pressione, tendo a chiudermi e ad allontanarmi.”
Descrivere ciò che facciamo lascia molto più spazio al cambiamento rispetto a definire ciò che siamo.
L’attaccamento non spiega tutto
Questa è una distinzione particolarmente importante.
La teoria dell’attaccamento può aiutarci a comprendere come reagiamo alla vicinanza, alla dipendenza e alla paura di perdere qualcuno.
Non può essere utilizzata per spiegare o giustificare ogni comportamento nella relazione.
Controllare il telefono del partner non diventa accettabile perché una persona ha paura di essere abbandonata.
Svalutare, isolare, minacciare o violare continuamente i confini dell’altro non sono semplicemente manifestazioni di “attaccamento ansioso” o “attaccamento evitante”.
Dire:
“Mi tratta così perché è evitante”
può persino farci perdere di vista ciò che sta concretamente accadendo.
L’attaccamento è una lente attraverso cui osservare alcuni meccanismi.
Non è una spiegazione universale e, soprattutto, non trasforma comportamenti dannosi o abusivi in semplici differenze di stile relazionale.
Usare l’attaccamento per conoscersi, non per classificarsi
Forse la domanda più utile non è:
“Quale stile di attaccamento ho?”
ma:
“Cosa succede a me quando una relazione importante diventa incerta?”
Cerco immediatamente rassicurazioni?
Mi allontano?
Riesco a dire ciò di cui ho bisogno?
Come vivo un conflitto che non si risolve subito?
Quanto riesco a lasciare spazio all’altro senza sentirmi abbandonato?
E quanto riesco ad avvicinarmi senza sentire di perdere autonomia?
Le risposte possono cambiare nel tempo e da una relazione all’altra.
Ed è proprio questo che rende la teoria dell’attaccamento interessante: non perché ci assegna una categoria, ma perché può aiutarci a riconoscere alcuni automatismi abbastanza presto da provare, quando serve, a fare qualcosa di diverso.



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