
Parlare con uno psicologo significa spesso raccontare cose che non diremmo quasi a nessun altro.
Quando la seduta avviene online, è quindi comprensibile chiedersi: chi può sentire quello che dico? Dove finiscono le informazioni che condivido? La terapia online è davvero riservata?
La risposta non dipende soltanto dalla piattaforma utilizzata per la videochiamata.
La riservatezza di una terapia online nasce dall’incontro di più elementi: il segreto professionale del terapeuta, le regole sulla protezione dei dati, il modo in cui vengono custodite le informazioni e, infine, lo spazio da cui ci colleghiamo.
Se la riservatezza è ciò che ti frena dal parlare di sessualità con un professionista, puoi iniziare da una richiesta di supporto: compila il questionario e troviamo il sessuologo giusto per te, in due click.
Il segreto professionale vale anche online
Una seduta svolta attraverso uno schermo non cambia gli obblighi professionali dello psicologo.
Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani stabilisce esplicitamente che le stesse regole valgono anche quando la prestazione viene effettuata a distanza. Lo psicologo è inoltre tenuto al segreto professionale e deve proteggere anche appunti, documenti e altre informazioni legate al rapporto con il paziente.
Questo significa che ciò che viene raccontato durante una seduta non diventa meno riservato semplicemente perché il colloquio avviene online.
Il segreto professionale non è però una formula astratta o priva di eccezioni: esistono specifiche situazioni previste dalla legge e dal Codice Deontologico in cui possono applicarsi regole differenti. Il professionista deve chiarire anche questi aspetti all’interno del rapporto terapeutico.
E i dati che condivido con il servizio?
Durante un percorso online non vengono trattate soltanto le parole pronunciate durante la seduta.
Possono esserci anche dati anagrafici, appuntamenti, pagamenti, documenti e informazioni relative alla salute.
Questi dati hanno una tutela particolare. Il GDPR considera infatti i dati relativi alla salute una categoria particolarmente sensibile e impone che vengano trattati secondo finalità precise e con adeguate misure di protezione. Il Garante Privacy ha inoltre pubblicato indicazioni specifiche per le piattaforme che mettono in contatto pazienti e professionisti sanitari.
È utile distinguere due cose che spesso vengono confuse.
Il consenso informato alla prestazione serve perché la persona sappia che tipo di intervento sta iniziando, con quali modalità e finalità.
Il trattamento dei dati personali, invece, segue le regole previste dal GDPR. Per i dati necessari alla prestazione sanitaria non è richiesto uno specifico consenso privacy semplicemente perché il dato riguarda la salute; per utilizzi ulteriori, invece, può essere necessaria un’altra base giuridica o uno specifico consenso.
Prima di iniziare un percorso, quindi, dovrebbe essere chiaro quali dati vengono raccolti, perché vengono utilizzati, per quanto tempo vengono conservati e chi può accedervi.
Una videochiamata terapeutica non è soltanto una videochiamata
Quando pensiamo alla privacy online, è facile concentrarsi soltanto sul programma utilizzato per collegarsi.
Ma la piattaforma è solo una parte del problema.
Conta anche chi può accedere al link, come vengono gestiti eventuali documenti, quali account vengono utilizzati, come vengono protetti gli accessi e che cosa succede alle informazioni dopo la seduta.
Le indicazioni professionali per le prestazioni psicologiche a distanza richiamano infatti la necessità di proteggere la riservatezza delle comunicazioni e dei dati anche quando vengono utilizzati strumenti digitali.
Per il paziente non è necessario conoscere ogni dettaglio tecnico del sistema.
È però legittimo chiedere quale strumento verrà utilizzato, come vengono gestite le proprie informazioni e a chi rivolgersi in caso di dubbi sulla privacy.
Una parte della privacy dipende anche da dove ci colleghiamo
C’è poi un aspetto molto concreto che nessun sistema digitale può risolvere completamente: l’ambiente in cui avviene la seduta.
Una videochiamata può essere tecnicamente protetta, ma se dall’altra parte della porta qualcuno può ascoltare tutto, sarà difficile sentirsi davvero liberi di parlare.
Quando possibile può quindi aiutare:
scegliere una stanza in cui non si venga interrotti;
utilizzare cuffie o auricolari;
evitare dispositivi condivisi quando contengono messaggi o documenti personali;
disattivare notifiche che potrebbero comparire sullo schermo;
assicurarsi di avere abbastanza tempo e privacy anche subito dopo la seduta.
Sono accorgimenti semplici, ma soprattutto quando si parla di sessualità, relazioni o esperienze molto personali possono fare una grande differenza.
La privacy non serve soltanto a impedire che qualcuno ascolti.
Serve anche a creare le condizioni perché non dobbiamo censurare quello che diciamo perché abbiamo paura che qualcuno possa sentirci.
E nella terapia di coppia?
Quando partecipano due persone, la riservatezza assume anche una dimensione relazionale.
Può capitare, per esempio, che uno dei partner scriva individualmente al terapeuta o chieda di condividere qualcosa senza che l’altro lo sappia.
Non esiste un’unica regola valida per ogni approccio terapeutico.
Per questo è importante che all’inizio del percorso il professionista chiarisca come verranno gestite le comunicazioni individuali, quali informazioni appartengono al lavoro di coppia e quali sono le regole del setting.
Sapere in anticipo come verranno trattate queste situazioni evita che terapeuta e partner attribuiscano significati diversi alla parola “riservato”.
Come capire se un servizio online tutela seriamente la privacy
Non è necessario diventare esperti di cybersecurity.
Ci sono però alcune domande molto semplici che possono aiutare:
Chi è il professionista con cui sto parlando?
Per uno psicologo è possibile verificarne l’iscrizione all’Albo.
Mi è stato spiegato come funzionerà il percorso?
Posso consultare un’informativa privacy chiara?
So chi tratta i miei dati e per quali finalità?
Vengono utilizzati strumenti adeguati per le sedute e per le comunicazioni?
Un servizio serio non dovrebbe avere difficoltà a rispondere.
La riservatezza non dipende da una sola cosa
Quando pensiamo alla terapia online possiamo immaginare la privacy come una porta da chiudere.
In realtà è più simile a una serie di porte.
C’è quella del segreto professionale.
Quella della protezione dei dati.
Quella degli strumenti digitali.
E quella, molto concreta, della stanza da cui ci colleghiamo.
La terapia online può essere uno spazio riservato quanto quello in presenza, ma questa riservatezza non nasce automaticamente dal fatto che la videochiamata sia “privata”.
Nasce da regole professionali, strumenti adeguati, gestione corretta dei dati e condizioni che permettano davvero alla persona di parlare liberamente.



.webp)